Perché lo fai?

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Non volevo iniziare con una roba triste, giuro. Sono un ricercatore, un biochimico analitico specializzato nello studio dei lipidi. I grassi. È un mondo meraviglioso, un campo relativamente nuovo e in continua evoluzione. Sicuramente più avanti ve ne parlerò. Ma non oggi. Vorrei comunicare entusiasmo per quello che faccio ma ho paura di non riuscirci più. Vorrei raccontarvi cos’è la spettrometria di massa, come si è evoluta negli anni. E perché è importante lo studio del metabolismo lipidico. Vorrei spiegarvelo con parole semplici, con un linguaggio potabile. Si può fare. Si possono far comprendere anche i concetti più difficili della scienza. Ma quel che mi spinge a scrivere oggi è soprattutto la voglia di denuncia. Devo raccontarvi cosa non va nel mondo della ricerca biomedica. Quella cosa che amo e che mi stanno rovinando. Devo dirlo, alzare un attimo la testa dal bancone. Oggi, domani chissà. Magari un esperimento andrà bene e mi verrà voglia di raccontarvelo. Sì, come tutti i topi da laboratorio sono un po’ esperimentopatico. Ed allo spettrometro di massa, oggi è andata male. D’altra parte la ricerca è anche fallimenti, stress, litigi e discussioni aspre.

Science is a matter of trying and failing. And it’s mostly failing.

Finora ho sempre saputo rialzarmi ma, da un po’, faccio fatica a trovare la forza. Sono esausto. Proprio adesso che ho vinto una borsa di studio di 3 anni e almeno per un po’ dovrei stare tranquillo. Ho anche ottimi dati preliminari, che paiono ottime fondamenta per un progetto che mi vedrà dissezionare cervelli animali per analizzarne il contenuto di colesterolo e metaboliti vari. L’obiettivo è la diagnosi e la comprensione dei meccanismi alla base di alcune malattie rare, di origine genetica, che colpiscono fin dalla tenera età. Una cosa utile ed entusiasmante. Dovrei starmi tranquillo dicevo, ma come cercheremo di raccontarvi io (Rob) e Mik (l’altro), non c’è spazio per la tranquillità nel mondo della ricerca biomedica. Vinto un grant se ne fa un altro, verrebbe da dire. Sapete, sono convinto che della ricerca scientifica si debba raccontare anche l’altro lato della medaglia. E non posso raccontarvi the dark side of science col sorriso sulla bocca che dicono mi contraddistingua. E poi devo sfogarmi. Senza vittimismo e con la consapevolezza che le sfighe debbano essere narrate per poterle ribaltare. Se non condividessi anche quelle parrebbe che la ricerca scientifica sia solo bella e divertente, mentre a volte può essere anche crudele e spietata.

Questo blog non vuole dire che tutta l’accademia e in particolare la ricerca biomedica, sia uno schifo. Sappiamo bene che c’è gente che fa bene il suo lavoro, ma cercheremo di mostrarvi che trattasi ormai di bestie rare. Per lo più i nostri docenti (italiani e di parte dell’Europa) sono anestetizzati, senza fondi di ricerca ma con lo stipendio fisso hanno ormai abbandonato ogni voglia di competere come di cambiare le cose. E andare dove i docenti universitari il posto fisso non ce l’hanno (leggi USA e in parte UK) non vi aiuterà a risolvere il problema. Alla scarsità di fondi si aggiungerà una competizione sfrenata che nulla potrà risolvere, ma solo peggiorare. Di spazio per fare cose buone e per avere successo ce n’è sempre. Vi diranno che se lavorate duro ce la potete fare: if you work hard, good things will happen. Questo è vero, ma non implica necessariamente che il vostro successo lo avrete in accademia. Molto probabilmente svilupperete abilità che vi consentiranno egregiamente di virare altrove, magari nel settore privato o in quello governativo, nelle ONG, nell’associazionismo, crowfunding, start-up, piccola imprenditoria, etc. O magari nel giornalismo scientifico o nella divulgazione. Ma fatelo subito, puntate sulle soft skills, perché più aumentano i capelli bianchi più le vostre possibilità si riducono. È bene realizzare subito che il successo nel mondo accademico, viste le statistiche e i fatti che avrò modo di propinarvi in questo blog, è molto poco probabile e dipende più dal caso che da voi stessi. È questione di buone congiunzioni astrali, oltre che del vostro impegno.

Dipende ovviamente da dove andate a finire e, sappiatelo, se avete avuto una splendida esperienza di dottorato o di postdoc non è perché sia sempre così, avete avuto solo culo. Chi scrive giorni fa ha avuto, per tre giorni filati, una apparente tachicardia con una fitta al cuore. Dico apparente perché, a misurarmi il polso, i battiti erano normali. E siccome la cosa è successa di venerdì mi son detto: dai, nel weekend passerà. E invece non passava. Sapevo benissimo che era una roba psicologica ma non riuscivo a liberarmene, anzi, era partito il circolo vizioso per cui più ci pensavo e più non andava via. Sta roba si chiama ansia, una roba su cui non si dovrebbero fare delle magliette con tanto di logo ma, sorvoliamo. Lunedì poi sono andato dal medico e le ho detto: << Doc, so che è solo stress, ansia da carriera, pressione per i risultati, ecc. Ma se non mi misura il cuore con tutto quel che ha e non me ne dà la prova, il mio cervello non esce dal loop >>. Lei mi ha guardato ridendo e mi ha fatto: << Ok, se hai già la diagnosi procediamo: polso, pressione ed ECG >>. Quando ho visto i risultati degli esami è passato tutto, per la verità ci ha messo una mezza giornata ma è andato via. Ne ho parlato alla mia dolce metà, se ne è chiacchierato, e questo ha aiutato assieme a un bel giro in bici e una passeggiata. Ma non a tutti va così bene, non a tutti viene solo un po’ di ansia [1-7].

La precarietà nella ricerca scientifica significa anche questo. Il Granting System, con le sue immense pressioni per i risultati, sta uccidendo la ricerca. In primo luogo perché sta uccidendo i giovani ricercatori. É una roba pensata malissimo che porta le formiche, perché questo siamo, a farsi la guerra fregandosi i dati quando va bene, se non a falsificarli del tutto. Eh sì, perché quegli studi con i western blot invertiti che avete visto in giro, non vengono dal nulla. Mentre ero a Pittsburgh ne venne scoperto qualcuno [8] e se non ne avete abbastanza andate qua [9, 10] per un altro esempio, o qua [11] per approfondire. Vedete, uno non si sveglia la mattina e dice: << Dai, oggi organizzo una truffa scientifica, mi ci costruisco una carriera>>. No. Sarò materialista ma è un sistema che spinge a questo, che implicitamente lo promuove. Un sistema che innanzitutto paga pochissimo i propri giovani, spingendo i migliori ad andare nel settore privato. Chi rimane “per passione” o perché non trova altro, deve avere a che fare con un sistema piramidale (checche’ se ne dica) che scarica tutta la pressione (e l’ansia) sugli ultimi gradini: dottorandi e postdoc. E guardate il mio boss qui è uno bravo, incoraggiante, positivo. Non è lui che mi mette l’ansia. Ci penso io, è il sistema che me la mette e mi ricorda le scadenze ogni minuto. Abbiamo investito tanto in questa carriera, e la possibilita’ di vederla sfumare  è concreta. E fa paura.

Me lo immagino come deve essere andata in uno di quei lab che falsificano. Ma prima, tenete ben presente che la gran parte degli studi scientifici in ambito biomedico sono impossibili da riprodurre. Non perché non si voglia (anche) ma, piuttosto, perché sono studi che costano milioni e il sistema tende a non rifinanziare ciò che è già stato pubblicato da altri. Ovviamente chi ha molti fondi può giocare sporco su questo, infarcendo una mega pubblicazione di mille tecniche, per rendere il tutto poco comprensibile agli specialisti dell’una o dell’altra, oltre che difficilmente riproducibile in laboratori che non hanno tutti gli expertises necessari. In questo modo una pubblicazione farlocca resta per più tempo nella letteratura, e ci si può costruire una carriera. Pensate allo studio di Wakefield sul legame vaccini-autismo. Ci sono voluti 12 anni per rimuoverlo dalla letteratura scientifica. Ed era un livello di manipolazione veramente basso. Pensate per quanto tempo potrebbe rimanere una pubblicazione falsificata ad un livello più  sofisticato. Ad esempio io sono familiare con parecchie pubblicazioni di spettrometria di massa che non rispettano criteri fondamentali per l’assegnazione delle molecole. Si va direttamente all’analisi dei dati, senza chiedersi come questi sono stati ottenuti. I dati sono belli, ci si fanno belle figure colorate. Ma quella è arte, non è scienza. Sicuramente ve lo racconterò più avanti nel blog. Ma veniamo allo schema Ponzi, applicato alla ricerca. Tu, PI (Principal Investigator, il group leader, il boss), hai avuto un grant per dimostrare una tesi su cui avevi dati preliminari, ma i nuovi dati dimostrano che non funziona. Se pubblichi i dati negativi chiudi il rubinetto dei soldi, perché non puoi chiedere altri fondi se la roba non funziona. E allora devi farti venire un’idea nuova per il prossimo grant. E badate bene, non e’ mica facile farsi venire una bella e nuova idea ogni 3-5 anni. Oppure prendi tempo, pubblichi una falsità, ti prendi i soldi del prossimo giro di grant e con calma ti muovi su altro. Per farlo metti pressione sui tuoi postdoc, gli dici di ripetere gli esperimenti fino alla nausea e magari ci aggiungi che non stanno lavorando abbastanza, che sono poco seri, che così non andranno da nessuna parte. In inglese si chiama teaching by humiliation, ed è pratica diffusa in ambito biomedico [12]. E io so come reagiscono i postdoc: l’ho visto. Vedete, io sono uno che dalla vita ha avuto tutto: sono nato nella parte ricca del mondo, i miei hanno studiato fisica teorica e fatto politica, hanno una bella casa e coi risparmi e un mutuo ne hanno presa anche una a me e mio fratello. Non navighiamo nell’oro ma, comunque vada, io so che semmai dovessi tornare a casa “sconfitto” potrei ripartire, che ne so’, comprando un uliveto (Xylella permettendo) nella mia amata Puglia. Mi metto però nei panni di tanti dei miei colleghi, che magari vengono da parti del mondo o da situazioni familiari meno belline, in cui non hanno nessuna intenzione di rimettere piede. A queste persone estremamente ricattabili, il PI (o il sistema se preferite) dice sordidamente di barare, nell’interesse loro e del laboratorio. Il motto silente è: “fake it until you make it”. Solo che poi, quando “ce la fai” i ruoli si invertono ma il ricatto c’è sempre. Vedete io non ce l’ho fatta mai a fare sta roba, anche se sono stato spinto bellamente sull’orlo del precipizio ho preferito girarmi e mandare tutti bellamente a quel paese (letteralmente, giuro). Ho cambiato lab e ho due anni senza pubblicazioni, che su un CV non è proprio una cosa bellina da vedere, ma chissene. Non sarei riuscito a guardarmi allo specchio se avessi fatto quel che implicitamente mi veniva chiesto: << portami i risultati che ti ho chiesto >>, e non << fai questi esperimenti e vediamo che succede, se le nostre previsioni sono corrette >>. Mi convinco ogni giorno che io sono uno forte, che non mollerà mai davanti a questi compromessi al ribasso, che non si svenderà mai. Ma come dicevo mi metto nei panni di chi non ha alternative, di chi indietro non può tornare. O di chi, come qui sotto [13-15], non vuole lavorare tutta la vita con una tale pressione e abbandona la carriera accademica pur sapendo di amare la ricerca e di essere bravo. O ci rendiamo conto che la ricerca è diventata anche questo, occupata com’è a inseguire l’hot topic di turno per non fermare il cash flow, oppure ci ritroveremo con un pugno di mosche. Perché semplicemente, come sta succedendo negli States, il postdoc non lo vuole fare più nessuno, basta guardare che percentuale di studenti americani sceglie la carriera accademica. D’altra parte chi vuole intraprendere una carriera in cui la percentuale di quelli espulsi dal sistema è intorno al 90%? E che, comunque vada, pagherà pochissimo? Abbiamo privato la ricerca di tutto il bello, non è più scoperta felice, errore e ripartenza continua. Ma piuttosto raccolta di un immane quantità di dati senza senso, dai quali poi il PI andrà a raccogliere le ciliegie che “fittano” egregiamente la sua narrazione. Siamo diventati dei “novelist”, altro che “scientist”.

A tal proposito ricordo con immensa gioia il mio primo congresso, anzi era un corso avanzato sulle membrane biologiche e sulla loro dinamica. Ero entusiasta ed eccitatissimo e lo fui ancora di più quando l’organizzatore venne al mio poster e mi fece i complimenti. Mi disse che al di là dei dati e del valore scientifico del progetto, gli piaceva il mio poster perché avevo saputo raccontare una storia bella. Mi disse che avevo saputo impacchettarla, farle un bel fiocco, e vendergliela. Lì per lì fraintesi quel che mi voleva dire. Eh sì perché tu, giovane scienziato, vuoi che si guardino i dati con obiettività – che diamine – non vuoi che si vendano prodotti (!). La cosa sta grossomodo così: oltre ad avere buoni dati, devi anche saperli interpretare, valorizzare e raccontare. La cosa: “let the data speak by themselves”, non funziona, o funziona solo in parte e solo in certe situazioni; tipo se sai che i tuoi dati ti faranno litigare con qualcuno che ha una idea diversa puoi lasciarli parlare un pochino, senza correre in difesa che sarebbe una strategia perdente. Ma prima o poi devi sempre interpretare, non se ne esce. È una cosa che ho capito col tempo, specie dopo aver visto che molti PI nonostante i dati li abbiano sotto gli occhi, non sono in grado di leggerli ed interpretarli al volo. A volte non si accorgono nemmeno di avere sotto gli occhi nuove scoperte, nemmeno se glielo fai notare. Già perché sui a dati, a volte, occorre letteralmente dormirci sopra. Mi diceva sempre un bravo biostatistico, parafrasando Ronald Coase (Nobel per l’economia nel 1991), che se li torturi abbastanza lungamente, alla fine i dati ti parleranno. E non sempre c’è tempo di fare sta roba ma, soprattutto, non puoi pretendere che gli altri che guardano i tuoi dati per la prima volta, li sappiano interpretare al volo e nella stessa maniera in cui li hai interpretati tu. Tu che ce li hai sotto gli occhi da molto più tempo e magari hai un background più appropriato. Quindi è fondamentale masticare i dati per la tua audience e, avendo sempre ben presente il target di riferimento, propinarli nella salsa più adatta.

Purtroppo, sta roba qui è stata un tantino travisata dai più che, come dicevo prima, l’hanno presa un po’ troppo alla lettera: ho un esercito di post doc, li metto a raccogliere dati “in a machine gun style” (leggi: a manetta, a motore), e prima o poi qualcosa di buono ne uscirà. Tanto il postdoc per la maggior parte dei supervisori, è solo “cheap workforce”, o “a tool in our hands”. Questo per usare espressioni che ho sentito usare candidamente da alcuni “big shots” (pezzi grossi) della ricerca. Non deve necessariamente vedere la big picture, deve fare il lavoro sporco e noioso. Noioso per loro, che il più delle volte non sono nemmeno più capaci. Io adoro stare al bancone e allo strumento. Ma il Granting System ha detto ai ricercatori: << Give me papers >>. E i ricercatori hanno risposto: << Oh! You want papers? I’ll give you papers >>. Toilet papers, dico io. Quantità’ a discapito della qualità. In tutto questo a nessuno conviene prendersi dei rischi, nessuno investe più in idee nuove. Meglio cercarsi la nicchia tecnica e fare sempre la stessa cosa per tutta la vita, facendo solo piccole permutazioni. Per esempio, se ho messo su una tecnica per la sintesi di una proteina andrò avanti tutta la vita ad usare la stessa tecnica, magari sintetizzando la stessa proteina con qualche piccola variazione, qualche amminoacido diverso, nella speranza remota di avere fortuna e trovarne una versione migliore. Producendo nel migliore dei casi tonnellate di pubblicazioni che nessuno leggerà mai. Così però non c’è spazio per un paradigm shift, un cambio di paradigma, una vera innovazione. Che prevede che si cambino le domande, non solo migliorare le tecnologie con cui si tenta di dare le risposte.

A proposito di domande: come ne usciamo? Vedremo. Sempre che vogliate correre il rischio di continuare a leggerci. Intanto, se siete dei giovani apprendisti scienziati e pensate che non troverete altra realizzazione che nell’idealizzato mondo accademico, vogliamo dirvi che vi sbagliate.  È un sistema perverso, disegnato per il beneficio di altri, che vi getteranno come un fazzoletto dopo avervi usato [16]. Un sistema che ha sostituito la meritocrazia con la competizione [15], in cui impegnarsi molto probabilmente non darà i frutti sperati. Se non ci credete guardatevi le percentuali di approvazione dei bandi, quelli che siano. NIH, ERC, MSCA: tutti hanno percentuali intorno al 10%. Con queste percentuali non c’è motivo di essere felici quando si vince, né infelici quando si perde. È solo questione di fortuna. O magari di quanto zucchero aveva quella mattina nel suo caffè il povero revisore che si è trovato 200 progetti sulla scrivania avendo i soldi per finanziarne solo 20. O forse pensate che il restante 90% avesse idee campate in aria e/o scritte male? Vi sbagliate. È solo che con queste percentuali è meglio affidarsi al lancio di una monetina, almeno quello da un buon 50% su cui puntare. E io, se potessi tornare indietro e con la consapevolezza di adesso, forse non scommetterei la mia vita su un misero 10%. E voi?

Se poi voleste due dati, c’è un po’ di letteratura sull’argomento [17-22]. Ma ci ripasseremo con calma, nel corso di questa avventura. Su tutto questo e molto di più.

[Rob]

  1. https://qz.com/547641/theres-an-awful-cost-to-getting-a-phd-that-no-one-talks-about/
  2. https://www.theguardian.com/science/head-quarters/2017/aug/10/the-human-cost-of-the-pressures-of-postdoctoral-research
  3. http://www.sciencemag.org/careers/2014/07/stressed-out-postdoc
  4. https://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7419-299a
  5. http://chemjobber.blogspot.co.uk/2016/11/a-depressing-post-about-graduate.html
  6. https://ipscell.com/2015/07/sciencesuicide/
  7. http://newpostdoc.blogspot.co.uk/2007/12/in-memoriam-academic-suicides.html
  8. https://twu-pathology.blogspot.co.uk/
  9. http://www.sciencemag.org/news/2016/09/whistleblower-sues-duke-claims-doctored-data-helped-win-200-million-grants
  10. http://www.dukechronicle.com/article/2016/09/former-researcher-sues-duke-alleges-uni-used-improper-data-to-receive-funding
  11. http://retractionwatch.com/
  12. http://journalofethics.ama-assn.org/2014/03/mnar1-1403.html
  13. http://blog.devicerandom.org/2011/02/18/getting-a-life/
  14. http://blog.devicerandom.org/2011/02/22/goodbye-aftermath/
  15. http://www.ilpost.it/2011/02/28/sulla-ricerca-scientifica/
  16. http://www.economist.com/node/17723223
  17. https://www.nap.edu/catalog/18982/the-postdoctoral-experience-revisited
  18. https://f1000research.com/articles/3-291/v2
  19. https://f1000research.com/articles/5-2690/v2
  20. https://f1000research.com/articles/6-229/v3
  21. https://f1000research.com/articles/6-1642/v1
  22. http://blogs.nature.com/naturejobs/2017/09/13/broken-dreams/

 

8 thoughts on “Perché lo fai?

  1. Post eccellente, un esordio col botto.

    Segnalo il romanzo “Raw Data” di una vostra collega, Pernille Rorth, che tocca più o meno tutti questi temi:
    http://www.springer.com/gp/book/9783319239729

    Sono di un campo molto distante (fisico delle particelle, ma sperimentale a differenza dei tuoi genitori, quindi la sociologia cui sono abituato è ancora diversa) e trovo interessantissimo confrontarmi con esperienze accademiche diverse.
    Gran parte di ciò che scrivi sembra davvero universale, o quantomeno valido attraverso tutte le scienze (conosco molto meno gli ambienti “humanities”), e se hai tempo e voglia puoi dare un’occhiata al romanzo che sto scrivendo (per non rendere lo spam troppo plateale mi astengo dal dare il link, ma credo che sia raggiungibile in un click dal mio profilo wordpress) dove sia per il plot principale che per quelli secondari attingo a piene mani dalla mia conoscenza delle infamie dell’ambiente accademico (sia internazionale che italiano).

    Però un’interessante differenza è l’aspetto dei “fake”. La falsificazione dei risultati è un problema praticamente sconosciuto nel mio campo, mentre sia tu che il romanzo della Rorth mettete molta enfasi su questo aspetto.
    Forse la differenza sta nel diverso modo di lavorare, piccoli gruppi vs mega-collaborazioni? (In una mega-collaborazione, tutti usano gli stessi dati e, pur essendo sulla carta collaboratori, hanno anche interesse a farsi le scarpe a vicenda quindi se uno bara qualcun altro si farà un piacerone di sgamarlo. Se i dati vengono da gruppi diversi, immagino che ci possano volere anni di solito prima di dimostrare la fabbricazione, no?)

    Comunque, continuate così, vi leggerò con piacere.

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  2. Comunque, lavoro in una farmaceutica, a contatto con tecnici di laboratorio e scienziati veri e propri.
    Se sai eseguire le procedure ad uno spettrofotometro e macchinette simili, cerca dei finanziamenti e apriti un centro di analisi, è l’unica per campare dignitosamente.

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